II Conferenza
su “I
Saperi dei Sapori – Dae sa terra a sa
mesa”
Il progetto “I Saperi dei Sapori – Dae sa terra a sa mesa” è ormai giunto alla sua conclusione. La conferenza aperta al pubblico, tenutasi sabato 30 gennaio nell’auditorium nell’Istituto Professionale alberghiero “Antonio Gramsci” di Monserrato, è servita per fare il punto della situazione e tirare, per così dire, un po’ le somme del lavoro svolto finora.
Il giudizio e la valutazione non potevano che essere estremamente positivi, visti già nella precedente conferenza i notevoli risultati raggiunti sia attraverso il coinvolgimento dei corsisti sia per via del lavoro svolto dai singoli operatori, i quali sono andati alla ricerca delle persone che custodiscono nelle proprie mani e nel proprio patrimonio mnemonico tutta una serie di conoscenze che devono essere tutelate, salvaguardate e tramandate alle nuove generazioni.
Proprio tale patrimonio ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, il futuro e la ricchezza delle comunità che hanno aderito al progetto e che qui vale la pena di ricordare brevemente: Monserrato con i suoi vini; Settimo San Pietro con i vari tipi di pane cerimoniale prodotto artigianalmente dalle mani sapienti di Anna Rita Fadda, i cui lavori sono stati fra i più apprezzati; Sestu con i dolci, Barrali con la panificazione e Burcei con il suo inestimabile patrimonio di conoscenze relative alle piante e alle erbe, utili non solo per insaporire i cibi, e quindi da un punto di vista gastronomico, ma anche utili per curare, quindi intese come veri e propri farmaci.
L’obiettivo precipuo del progetto era ovviamente quello di trasmettere le competenze e le antiche conoscenze dell’eno-gatsronomia artigianale e tradizionale alle generazioni più giovani, attraverso i corsi e con l’ausilio dei docenti o persone esperte. Da questo punto di vista i propositi sono stati ampiamente raggiunti, vista la partecipazione numerosa e l’entusiasmo mostrato da parte dei frequentanti.
Le stesse lezioni sono state documentate in tutte le diverse fasi, per le varie lavorazioni nella preparazione dei cibi, del pane, dei dolci e del vino, raccogliendo tutto il materiale attraverso dei filmati, così da poterli poi rendere fruibili in rete, ed in particolare nel sito apposito, al quale alcuni esperti hanno lavorato in modo instancabile così da poter offrire uno strumento che possa salvaguardare quel patrimonio di conoscenze che rappresentano l’identità di un popolo e di una comunità, ma anche il proprio futuro sviluppo economico. Questo portale internet – http://www.ilmestieredeisapori.it/ – funzionerà sia come una casa comune sia come un archivio, nel quale sarà possibile conservare gli antichi saperi e trovare informazioni utili per garantire uno sviluppo del turismo eno-gatsronomico.
L’auspicio, ovviamente, è quello che tale progetto possa essere nuovamente finanziato – vista la sua importanza – e che questa esperienza costruttiva e valida possa avere giustamente un seguito e il sostegno di cui ha bisogno.
A cura di Gianni Piu
Costumi
tradizionali di Settimo San Pietro
Vedere i costumi antichi della Sardegna rappresenta per
certi aspetti una sorta di viaggio straordinario e particolarissimo, ricco di
sorprese e di suggestione. Si tratta infatti di un viaggio attraverso il tempo,
dentro la cultura e le tradizioni di un popolo semplice, eppure ricco di
creatività e di fantasia, che ovviamente sono anche il frutto di
stratificazioni storiche successive che si sono sedimentate e sovrapposte
nell’arco dei secoli, dando vita a un originale
e policromatico gusto che caratterizza i costumi tradizionali di tutta
la regione.
Scoprire gli antichi modi di vestire significa anche
andare alla ricerca dei mille segreti nascosti e tramandati di generazione in generazione,
individuandone le influenze delle diverse popolazioni che sono giunte
sull’isola e che hanno lasciato traccia della loro presenza anche attraverso i
loro usi e costumi.
I costumi della Sardegna sono una infinità e tutti con
caratteristiche e peculiarità diversissime, tanto che nessun altra regione
italiana può vantarne un numero uguale. In Sardegna praticamente ogni paese ha
i suoi costumi e li conserva con orgoglio, perché l'antico modo di vestire
nasconde l'identità stessa di ciascun paese, e rappresenta la testimonianza vivente
della sua cultura e del modo di intendere il divertimento, il lavoro, il
dolore, giacché l’abito cambiava anche in riferimento al ceto sociale e alla
condizione personale.
In breve, l'abito, nei tempi passati, sottolineava i
diversi momenti del ciclo della vita: semplice nella quotidianità, sontuoso nei
giorni della festa, sobrio e misurato nei momenti del lutto.
Essi rappresentavano una sorta di pagina di storia
scritta, ma soggetta all’influsso corruttore del tempo e del cambiare degli usi
e delle mode, ragione per cui, oggi, ogni paese è geloso del proprio abito
tradizionale e cerca di conservarne con cura la memoria storica impedendo che
quelle trame antiche vengano sfilacciate e strappate dall’incuria e dal passare
del tempo.
Naturalmente oggi quasi nessuno indossa più gli antichi
costumi nella vita quotidiana, anche se bisogna ammettere che ci sono molti
centri dell'interno nei quali le donne e qualche signore anziano continuano a
vestire gli abiti della tradizione. Pur tuttavia, molte persone e molti enti e
gruppi folcloristici si sono impegnati per cercare di salvaguardare i motivi
dell’antico ricamo, la foggia dei gioielli appartenenti alla tradizione,
curando la scelta dei materiali – fra i quali panno e orbace sono di
difficilissima reperibilità e hanno un costo molto elevato – e le tecniche di
lavorazione, senza trascurare gli accessori come fiaschette fatte con il corno
d’animale bisacce, armi, utensili, ecc.
Il costume tradizionale di Settimo, sia nella sua versione
maschile che in quella femminile, ha subito delle modificazioni nel corso del tempo,
similmente a quanto è avvenuto anche per i costumi tradizionali degli altri
paesi della Sardegna, per via di aggiunte e modifiche finalizzate ad abbellire
il costume, ma che spesso hanno cancellato i tratti genuini degli abiti
tradizionali.
Ovviamente il lavoro svolto dai gruppi folk, dagli enti
per il turismo e dalle Pro Loco ha fatto sì che ci fosse una inversione di
tendenza, grazie anche allo studio dei documenti scritti basati sui resoconti
di viaggi nell’isola o in altri testi che delineano la storia dei singoli
paesi, come le note storiche compilate dagli ecclesiastici (generalmente i
parroci in carica nelle parrocchie).
Il costume maschile, più austero e semplice, ha resistito
meno rispetto a quello femminile e chiaramente i paesi dell’interno hanno
subito una influenza corruttrice dell’originalità minore, tanto da aver indotto
i ricercatori a sostenere l’ipotesi secondo la quale il costume femminile sardo
possa essere una derivazione dell’abito medioevale. Al contrario, i paesi
costieri e quelli situati in pianura hanno verosimilmente subito l’influenza
spagnola, così come riporta A. Bresciani nel suo libro Dei Costumi dell’Isola di Sardegna: «Le dame di Cagliari, e di Sassari vestirono alla spagnola, sinché
Aragona e poi Castiglia signoreggiaron l’isola. […] Per contrario le donne
sarde de’ villaggi, tenacissime osservatrici di loro usanze, non si condussero
sì agevolmente a dimettere, o scambiare la fortuna naturale di loro vesti».
ABITO MASCHILE
SETTIMESE
In modo più preciso e particolareggiato, si può dire che
l’abito maschile constava de su cropettu,
una sorta di panciotto di panno nero, con bordi e fodera generalmente di
tessuto rosso ornato di trine dorate, che andava sopra la camicia. Esso veniva
anche chiamato corittu, nome che deriverebbe
con ogni probabilità dal greco Corythos – inteso come armatura pettorale per la
difesa del torace – quello che poi i latini chiamarono thorax, denotando
ovviamente un uso ben diverso rispetto all’antichità.
Al di sotto del corpetto andava sa camisa di colore bianco, munita di pettina a pieghe e chiusa da
3 o 4 bottoni sul collo, come testimoniano le numerose stampe d’epoca.
Come pantaloni venivano indossati, is crazzonis de arroda fatti di tela di cotone bianco, sui quali si
portava sa roda, un pantaloncino
corto confezionato con del panno nero, che si abbinava al colore de is crazzas – sorta di ghette – di orbace
o di cuoio da portare sopra le scarpe.
Il copricapo era ovviamente sa berritta, indossata in vari modi a seconda della zona di
provenienza, specie nel Campidano, ove si era soliti raccoglierla a cecciu, oppure irrigidite – impixada o distese. Va detto inoltre che
su di esse spesso si usavano fazzoletti, in particolar modo negli ambienti
contadini.
Spesso pastori e contadini portavano sopra questi abiti
l’antichissima mastruca – come la chiama Cicerone – detta sa veste ‘e peddi, assieme a su saccu, cioè due pezzi di orbace
rettangolari, cuciti nei due lati. Negli
ambienti distanti dalla campagna gli uomini tendevano ad indossare su sereniccu, un soprabito che, secondo
La Marmora, deriverebbe da Salonicco, la città dalla quale i cappotti sarebbero stati importati. In realtà, si
preferisce ricondurre il termine a su
sereno, cioè il momento in cui rinfresca ed è necessario indossare tale
capo. Originariamente non era di orbace ma di un tessuto di lana morbida, che
venne completamente abbandonato nella seconda metà dell’800.
Abito
Femminile SETTIMESE
Per ciò che riguarda gli abiti e i costumi femminili
conosciuti, a Settimo, come in moltissimi altri paesi dell’isola, erano di tre
tipi, tutti con caratteristiche e specificità proprie.
Il costume giornaliero era il più semplice, perché
destinato alle mansioni lavorative, quindi necessariamente doveva essere
confortevole e senza troppi capi che impedissero i movimenti e precludessero la
comodità.
Di fatto, in casa si stava a maniga ‘e camisa – maniche di camicia – sulla quale andava un
busto semplice, con sa gunnedda, la gonna, fatta di abodrau – di bordatino –, cioè caratterizzata da una serie di righe
rosse e blu.
In ultimo, sopra i vestiti si indossava su deventali,
un grembiule necessario per proteggere gli abiti, specie quando si svolgevano
lavori che potevano sporcarli, come la lavorazione del pane o cucinare. Sul
capo le donne portavano un semplice fazzoletto alla contadina.
Il costume della domenica e per i giorni di festa era
decisamente più elaborato e caratterizzato da un numero maggiore di elementi
che venivano arricchiti anche da particolari ricorsi estetici ottenuti tramite
la stiratura. Sul capo le donne portavano un fazzoletto stretto a mo’ di cuffia
al fine di tenere fermi i capelli. Su di questo andava posto poi lo scialle di
seta.
La camicia aveva le maniche larghe che venivano stirate a perra de canna, o anche a sonettu, cioè con dei movimenti a
reticolato dati da pieghe verticali e orizzontali. Sulla camicia veniva
appuntato poi un fazzoletto sul davanti, o sopra di essa veniva indossato su cossu, una sorta di busto che donava
eleganza e signorilità.
Nelle giornate fredde si indossava su gipponi fatto di velluto e con le maniche che si allargavano a
sbuffo sui gomiti.
La gonna – sa
gunnedda ‘e abodrau – era caratterizzata da un bordatino a strisce rosse e
blu, plissettato in modo che il colore azzurro permanesse quasi celato alla
vista, in particolar modo nella versione della gonnella a s’arrubiu, cioè caratterizzata dalla preponderanza del colore
rosso. In una versione più ricca, sempre usata per la domenica – definita sa gunnedda a tocau – l’indumento
constava di strisce rosse e blu più larghe. I colori avevano ovviamente diversi
significati simbolici che convenzionalmente erano accettati e riconosciuti dalla
comunità, così, per esempio, se il colore blu era in prevalenza, significava
che la donna aveva subito un lutto in famiglia.
Il costume da sposa era ovviamente molto raffinato e
costoso, comprensibilmente almeno per le famiglie più abbienti. Già partendo
dal capo, si poteva notare una cuffia di cotone nero lavorata confezionato con
una bordatura di velluto nero, utilizzata per raccogliere i capelli. Al di
sopra di questa si portava un velo ampio – su
velu – di tulle, il cui ricamo richiamava l’ampio colletto rotondeggiante
della camicia bordato di pizzo, presente anche sulla pettorina nelle maniche e
nei polsi.
La sposa indossava poi su
cosso, un busto in broccato di diversi colori e stretto sotto il seno da
lacci, così da rendere più facile la vestibilità de su gipponi, un’elegante giacca di velluto nero guarnito con nastri
dorati, le cui maniche terminavano sui gomiti.
La gonna – sa
gunnedda – era di velluto di color granata, con una balza di broccato
rifinito con una trina dorata. Plissettata dietro e sui fianchi, sul davanti
era completamente liscia e si apriva a sportello – su sportellu – ove presentava una parte in broccato. Sopra sa gunnedda andava infine il già citato deventali, anche questo fatto di
broccato, pieghettato in vita e aperto a ventaglio. Di solito, il broccato di
questi capi d’abbigliamento veniva usato anche per rivestire le scarpe.
Testi A cura di Gianni Piu
In un evolversi
lento, ma continuo, si assiste ad un effetto di traslazione, uno spostamento e
un cambio di vettore che possa trasmettere i benefici del rituale magico. Ciò è
avvenuto in diverse culture e tradizioni, quasi fosse un percorso obbligato per
poter trasmettere il potenziale magico delle formule. Ecco che in questo modo,
dopo una lunga fase di distillazione
antropologica, la parola inizia a legarsi all’oggetto: inizialmente è il
contenitore dell’acqua, dotato di parole incise. Successivamente e in modo del
tutto casuale, un bambino malato o una persona sofferente trova sollievo grazie
alla vicinanza di una piccola pietra particolare, magari un pezzo di ossidiana,
o una conchiglia dai colori accesi e appariscenti. Si inizia così a produrre
manufatti che, unitamente alle parole, possano proteggere dalle avversità, e ad
essi viene sempre attribuita una origine mitica, distante nello spazio e nel
tempo. Nasce in questo modo l’amuleto-gioiello, l’oggetto in grado di fungere
da accumulatore di energie positive, ed esso rappresenta fin dalla sua prima
origine il mezzo indiscusso per creare un contatto con la divinità, un ente che
funge da catalizzatore delle forze benefiche capaci di esorcizzare e fugare le
energie negative.
Secondo le
leggende sarde, infatti, sono le janas
– le fate – che nelle loro case celate nel grembo della terra tessono fili
d’oro e d’argento, e a questi manufatti attaccano pietre che sono il risultato
della cristallizzazione degli elementi, condensati nei millenni e forgiati
dalle mani della Natura. Non è un caso che in quasi tutta l’isola si parli del
mito del tesoro riposto sotto terra, occultato, e chiamato su siddadu nel nord della Sardegna. Si tratta, come dice M.L.
Wagner di una derivazione del termine latino sigillatum, indicante un tesoro nascosto e ben custodito, con ogni
probabilità richiuso.
Il gioiello
acquisisce così nel tempo la valenza simbolica del patto di alleanza e di
unione. Un dono che deve sancire un legame profondo e consacrare un rapporto di
fiducia fra le persone. Di fatto, due preziosi tipici del campidano – su girasoli e sa margherita – rappresentavano il primo omaggio che i genitori del
fidanzato recavano in dono alla futura sposa. La sua ricchissima e pregevole
fattura, a Settimo come nei paesi limitrofi, custodiva un significato simbolico
di grande rilevanza, poiché rappresentava la donna intesa come vera e propria prenda de oru e consacrava, inoltre,
l’unione matrimoniale futura di due giovani. Non è una coincidenza che anche un
proverbio sardo reciti Pius balet una
bona prenda, qui non una mala sienda, intendendo che sarebbe meglio avere
una moglie virtuosa – una bona prenda,
appunto – ancorché povera, che una ricca e senza saggezza o buon senso.
Logicamente,
anche per quanto riguarda il termine prendas
risulta utilissimo partire dallo studio del lemma, così da poterci poi
addentrare nella sua struttura semantica più nascosta.
Di fatto, il
significato di prendas, termine che
in lingua castigliana viene impiegato per denotare i capi di vestiario – prendas de vestir, e solo nella variante
venezuelana risulta essere sinonimo di joyas
o adornonos, gioielli – deriva dal latino PIGNERÀRI (pignŏra, pl. n. di pignus), con il significato di prendere in pegno, il cui
sostantivo al nominativo è PIGNUS, e quindi «gravare la roba altrui per pegno o
sicurtà di pagamento» come si evince dal dizionario etimologico. Probabilmente,
la prenda o pignus, nella Spagna dei secoli passati indicava uno dei cosiddetti
prestiti pretori – in opposizione ai prestiti civili – e consisteva nel
consegnare una garanzia, un oggetto di valore appartenente al debitore, al
creditore. Dal punto di vista linguistico, nella Spagna medioevale si adottò il
termine prendas piuttosto che quello
di pignus, in riferimento tanto al
fatto giuridico di consegna della garanzia che al pegno stesso, quindi
preferendo il verbo latino PRÈNDERE –
sincopato di PREHÈNDERE - derivante da un costrutto linguistico basato sul
prefisso PRE (PRÆ) che significa dinnanzi, e una radice HAD-O o HAND[1],
col significato di mano.
[1] Dalla radice ariana HAND sarebbero poi scaturiti il greco CHAND-ÀNÔ, io afferro, abbraccio, nonché il latino HED-ERA, la pianta che si attacca ai muri o ad altre superfici. Similmente, nell’antico scandinavo GET-A, l’anglosassone GET-AN, il gotico GIT-AN e l’inglese GET, tutti con il significato di prendere, e successivamente ottenere. Vi è anche chi ipotizza la derivazione dalla stessa radice ariana il termine tedesco e quindi inglese HAND, molto simili al sanscrito HAD-STAS avente il significato di mano, e quindi arto con il quale si afferra, si prende.
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A conferma di
questa definizione risulta utilissimo anche riportare l’esplicazione che ne da
Vissenti Porru nel suo antico Dizionariu Universali Sardu-Italianu (1832), ove
il vocabolo prenda viene tradotto
come pegno, e altresì si riporta l’espressione, particolarmente usata in
passato, di «Poniri is bestiris in prenda» che già da sola risolve il quesito
sull’utilizzo iniziale del termine fatto qui nell’isola. Risulta palese,
quindi, che gli oggetti di valore da impegnare siano stati inizialmente i
vestiti e solo successivamente i gioielli, per i quali è rimasto l’appellativo
metonimico di prendas.
Non si trascuri
il fatto che, come anticipato prima, nella Spagna attuale il termine sia usato per
indicare i vestiti, i capi d’abbigliamento in genere, anche perché se si risale
all’origine etimologica di ROPA (corrispondente all’italiano ROBA) troviamo che
tale etimo deriva dall’antico germanico ROUB o anche RAUP ovverosia connesso a
RUBA o RUBARE, interpretato come spoglia, bottino o preda di guerra, e quindi
legato all’idea di qualcosa che poteva essere preso e tolto, proprio ugualmente
a quanto avveniva per gli abiti e in seguito i gioielli o prendas.
Anche se di
recente il gioiello ha acquisito il significato omologante di mero oggetto
ornamentale, la cui funzione è intesa semplicemente ad indicare uno status
economico e sociale, ovverosia, esprimente una sola e semplice valenza
estetica, in epoche antiche esso ha avuto funzioni assai più marcate e
profonde. Si pensi ad esempio all’anello che a Settimo veniva indicato con il
nome di aneddu de su dolori ‘e conca,
cioè portato al dito proprio per curare il mal di testa, avente quindi la
funzione taumaturgica basata sul curare e sul guarire. Generalmente, questo
tipo di gioiello veniva confezionato con una pietra di colore giallo o anche
ambrato, richiamante il colore del sole, simbolo di vita, di forza e calore.
L’anello, che poteva solo essere portato al dito dalle donne sposate o
fidanzate, era dotato di un rotolino di carta recante delle scritte – is brèbus, appunto – che servivano a
tenere lontano o curare il mal di testa,
e mai si sarebbe dovuto rompere il rotolino di carta o leggere le parole in
esso contenute, pena la riduzione dell’anello a semplice oggetto, ornamento
comune, privato di tutte le sue proprietà taumaturgiche.
Da questo punto
di vista, è interessante notare che gli orecchini introdotti nell’epoca
fenicio-punica, spesso dotati di figure di uccelli – come nel caso de is arrekadas de Kabonisku, orecchini con
i galletti, in alcuni casi a due teste – risultano avere dei significati
simbolici molto antichi. Si tenga conto del fatto che si trattava di forme
geometriche e simboliche, spesso zoomorfe, utili per invocare la protezione
delle divinità, e venivano realizzati con lamine d’oro finemente lavorate a
sbalzo e decorate a grani. La parte inferiore veniva detta comunemente a lantioni, vale a dire a lanterna o
fanale a olio o cera, poiché la foggia richiamava simbolicamente una lanterna
avente funzione di luce propiziatoria e scaramantica per la donna che li portava,
così come riportato su vari dizionari della lingua sarda. Per interpretare
correttamente questi ricorsi stilistici è necessario riprendere quanto
riportato da una efficace descrizione di Frazer, secondo il quale l’uomo
primitivo credeva che bastasse imitare «i grandi fenomeni della natura per
produrli, e che, per simpatia segreta o per un mistico influsso, la piccola
rappresentazione che egli inscena nel folto della foresta, nella gola del
monte, sulla landa deserta o sulla costa battuta dai flutti sia tosto ripresa e
ripetuta, in un più ampio scenario, da interpreti più potenti». In quel modo,
le convinzioni magiche stesse imponevano all’uomo primitivo che si potesse
influenzare gli eventi del cosmo, dai quali dipendeva la sua propria esistenza,
mediante la loro imitazione, una raffigurazione artistico-mimetica, come nel
caso delle arrekadas a kabonisku,
vero e proprio esempio di sillogismo analogico. Di fatto, il riprodurre
immagini stilizzate del sole o dell’animale che annunciava il suo risorgere
dopo la notte – il gallo, nel nostro caso – servivano per seppellire
letteralmente il buio o l’inverno e dare nuova vita e fecondità alla nuda terra
o calore alla comunità umana.
Se nella Gallia e
fra le popolazioni celtiche il gallo rappresentava la virilità e la forza in
battaglia, per i greci e per i fenici
questo animale possedeva chiaramente un più peculiare e profondo significato
simbolico, del tutto differente. Esso simboleggiava il mantenimento delle
promesse e la puntualità. Non si dimentichi che era un animale sacro al dio
solare Apollo, ma anche associato a Persefone, il principio luminoso degli
inferi.
Simbolo della rinascita, era quindi un volatile strettamente
legato al sole, alleato delle forze benefiche, poiché esso doveva annunciare il
nuovo giorno, e quindi assolvere al compito precipuo di tracciare una
separazione fra il mondo delle tenebre, del buio, e quello della luce. In tal senso, aveva il compito di indicare ai demoni – in grado di
vagare nel mondo dei vivi solo durante le ore notturne – di affrettarsi a
rientrare negli inferi prima dello spuntare del giorno, motivo per cui i
fonditori fenici e greci avevano modellato le loro lampade di terracotta o di
bronzo a forma di gallo. Ovviamente il richiamo alla simbologia solare viene
ripresentata anche con la collana detta kannakka,
la quale poteva essere riprodotta nel modello a pibionis o a nuxedda,
varianti diffuse in tutto il Campidano, che richiamavano verosimilmente il
simbolo solare, una reminiscenza forse dell’antico culto presente nell’isola.
Pur tuttavia, è bene sottolineare che questo monile fatto in lamina d’oro, non
ha origini antiche. Il nome stesso kannáka
è di derivazione araba – come propone Wagner in La Vita Rustica – ed era stato diffuso in tutto il meridione
dell’Italia attraverso la dominazione spagnola, e in modo particolare a Napoli,
da cui con ogni probabilità giunse anche qui in Sardegna.
Esiste anche una spilla, sempre legata alla simbologia solare,
contraddistinta dalla notevole ricchezza di particolari, detta su girasole. Si tratta di un gioiello
usato soprattutto per fissare lo scialle sul capo o per chiudere la camicia sul
petto, che veniva regalato in passato alla fidanzata o futura sposa.
Vale qui la pena di spendere qualche parola sulla simbologia attribuita
fin da tempi remoti a questo fiore, dacché veniva considerato una sorta di piccolo sole presente sulla terra, quindi
dotato di una carica simbolica positiva. Il girasole veniva interpretato come
rappresentazione dell’abbondanza e della fecondità, ragione per la quale il
gioiello, e più precisamente la spilla, che ne riproduceva la forma e i
particolari, veniva regalata come pegno di nozze, e esprimeva un augurio di
fecondità e ricchezza per la giovane sposa. Si consideri inoltre il fatto che
nell’antica Grecia il girasole era un fiore sacro ad Apollo, il dio del sole,
poiché infatti la sua corolla segue la corsa dell’astro lungo tutta la sua
eclittica diurna, in modo da essere sempre rivolto verso la sua direzione.
Altresì, nella lontana Cina i semi di girasole erano e sono considerati un cibo
che rende immortali, proprio perché relazionati con il sole, astro eterno.
In modo del tutto particolare, nel territorio di Settimo, come spilla
per fermare lo scialle sul capo, veniva utilizzata una monile detto sa margherita. Ora, è chiaro che i fiori
in generale incarnavano la bellezza della natura e il rigenerarsi del mondo
vegetale, ma proprio per via della sua peculiare forma che evoca il calice o la
coppa, e quindi il ricettacolo per eccellenza, essi venivano tutti legati
simbolicamente alla sacralità del femminino, in quanto agente passivo,
associato pertanto alla polarità femminile e ricettiva.
Oltre che essere particolarmente simile al girasole – in oro, molto
vistoso, con un rubino incastonato nel centro – e quindi che si rifà alla
simbologia solare, visti anche i petali appariscenti e paragonabili ai raggi
solari, uscenti appunto da un cuore centrale tondeggiante e giallissimo, questo
fiore era simbolo di rigenerazione e della rinascita, ed era perfettamente
adatto ad essere portato in dono dai suoceri alla futura sposa in quanto
percepibile come inno alla fecondità. Durante l’epoca medioevale alla
margherita venivano riconosciute capacità profetiche, una traccia che ancora
oggi risulta visibile attraverso il gioco che gli innamorati fanno sfogliandone
i petali, per sapere se il loro amore è ricambiato. Si trattava, altresì, di un
simbolo di purezza che le donne davano ai propri cavalieri, in modo che questi
lo affiggessero sui loro scudi per far sapere a tutti di essere amati.
Oltre a ciò, esistevano ed esistono ancora oggi orecchini detti a
grappolo, fatti generalmente con pietre colorate o con corallo, che venivano
regalate dalle madrine o dai parenti più prossimi alle ragazze, nel momento in
cui entravano nella pubertà. Forse, tra gli orecchini più comuni e vicini alla
tradizione, a Settimo, come in tutta l’area meridionale dell’isola, godono di
particolare interesse quelli detti a palias, caratterizzati
da una lamina d’oro frastagliata in forme floreali, con uno stile decisamente
barocco e sovrabbondante. Il nome è dovuto al fatto che questo gioiello
raffiguri una pala da fornaio, quindi si tratta di una sorta di amuleto legato
alla simbologia del pane, alimento dominante ed essenziale nella cultura
contadina del paese come della Sardegna nel suo complesso, e quindi
racchiudente in se un auspicio e un augurio di abbondanza e floridezza.
Ovviamente, nell’arco dei decenni e dei secoli, nell’opera mimetica si
sono compiute delle trasformazioni fondamentali rispetto alla superficie
immediata della vita quotidiana, poiché l’opera, rappresentando solo una parte
limitata della vita e della realtà, è soggetta a mutamenti che cercano di
schematizzare la molteplicità degli aspetti che erano stati, per così dire,
tralasciati o trascurati in schematizzazioni antecedenti. Di fatto, la
limitatezza contenutistica dell’opera d’arte nella sua struttura formale
determinata da luogo a una ricerca continua, che produce via via un
distaccamento dal modello originario in una fase successiva di superiore
evoluzione. Nel caso degli orecchini appena citati, arrekadas a alias, si può osservare che inizialmente essi vennero
prodotti secondo una mimesi magica che doveva rispecchiare una realtà di
abbondanza e di copiosità nella disponibilità dell’alimento base, ma
successivamente l’evoluzione stilistica ha portato a un allontanamento dal
significato e dal concetto primigenio. Rimane pertanto chiarificato il concetto
secondo il quale il gioiello – is prendas
– nascano come amuleti carichi di un contenuto magico, dotati di una valenza
trascendente riconosciuta da parte di tutta la comunità, ma che il processo di
separazione della creazione mimetica dell’oggetto poi ha agito emancipandoli
qualitativamente e scostandoli in modo definitivo e profondo dal
rispecchiamento mimetico incipiente.
Testi a cura di Gianni Piu
Is Brèbus
Il modo migliore per addentrarsi nel mondo magico dei bèrbos o brèbus, ormai
caduti quasi in disuso in tutta l’isola e sostituiti con la perifrasi ben più
comune sa meighina ‘e s’oju o sa mexina ‘e s’ogu nelle due macrovarianti,
è quello di capire in modo pieno e approfondito il concetto contenuto nel
termine stesso, e per tale motivo una analisi accurata dell’etimologia della
parola rappresenta un ottimo punto di partenza.
ιρω –
italiana consistente nel portare
degli amuleti detti “breves” – che in
latino stavano per testo scritto. Tali breves constavano di una striscia di
carta contenente formule propiziatorie atte a proteggere chi le portava. La
somiglianza fra i due termini, in questo caso, potrebbe essere il risultato di
una conciliazione e un successivo aggiustamento, effettuati dal culto
cristiano, e la commistione di parti pagane e parti cattoliche all’interno dei
rituali magici recitati dalle “donne esperte” sarebbe una testimonianza precisa
di questo fatto.
In tal senso, come abbiamo anticipato prima, oggi il termine brèbus ha acquisito un significato più specifico e anche settoriale nell’uso comune, giacché questi
Di fatto, in modo del tutto analogo si può ricavare che abbrebàre/ài significa «ammaliare a
mezzo di tali formole», come riporta il già citato Wagner nei suoi lavori di
ricerca sulle peculiarità della lingua sarda.
Rimane quindi
appurato che in Sardegna l’utilizzo dei brèbus
è antichissimo, forse precedente alla dominazione romana, ed ha sempre
rappresentato una questione avvolta da una cortina di mistero quasi impenetrabile.
Successivamente, anche se la chiesa cercò di eradicare tutte queste pratiche, motivazione
per la quale con ogni probabilità è possibile addurre il fatto che nei bèrbus o brèbus vi siano numerosi richiami ai santi e a Dio, l’utilizzo di
tali pratiche venne per così dire tollerato e incorporato alle tradizioni,
tanto da restare viva anche oggi, benché aventi una chiara origine pagana.
sapienza che governa la
creazione, quindi sapienza ordinatrice delle cose materiali e dell’esistenza.
In rapporto a questa considerazione, è facile capire che nella maggior parte dei casi i brèbus assumono il significato di parola vivificante, in grado di curare e infondere forza vitale o guarire
congregarsi, a
stare insieme, a godere anche della compagnia reciproca, e in tal senso in ogni
interazione fra due individui sorge una idealizzazione della parola, a
prescindere dalla collocazione temporale in cui tale interazione si verifica, e
dalla quale scaturisce un legame comunicativo in cui la parola stessa assume
una connotazione quasi trascendente, magica, in grado di modificare la realtà
più prossima e divenire mero strumento a disposizione dell’individuo. Da questa
prospettiva, il linguaggio nella sua funzione primitiva ed originaria ha un
carattere essenzialmente pragmatico: esso diviene un modo di comportamento, un
elemento indispensabile dell’azione umana concertata, e significherebbe avere
una visione limitata e unilaterale, addirittura riduttiva, quella di intenderlo
semplicemente come un semplice mezzo per esprimere o incarnare pensieri, che è
invero una delle sue funzioni più specializzate.
Parimenti,
nell’accezione de is brèbus,
l’azione-parola continua ad avere una sua funzione di intervento nella realtà
circostante per modificarla, o conservarla nello stato che meglio si adattava
alle necessità del gruppo e degli individui.
Se, per esempio, consideriamo l’emissione di suoni emotivi inarticolati dei bambini o la produzione orale di un discorso complesso frutto del linguaggio strutturato di un individuo adulto, riusciamo a capire che entrambe le circostanze sono connesse strettamente a fatti biologici di enorme importanza. Di fatto, bambini e adulti, primitivi e civilizzati, reagiscono con espressioni vocali a certe situazioni, poiché ogni suono racchiude in sé uno stato emotivo (dolori, paure o angoscia contrapposte a gioia prorompente, o ancora curiosità, intesa, sensazioni di varia natura) e queste reazioni sonore fanno parte dell’universo umano con ufficio di esprimere le emozioni e come tali (lo hanno già rilevato Darwin e altri) hanno un valore per la sopravvivenza o almeno sono esse stesse un retaggio di tali valori.
Secondo Bronisław
Malinowski e Edward Sapir, le prime parole vengono anch’esse usate sotto la
pressione di situazioni dolorose, di forti emozioni o di gioia intensa. Così
avviene che quando il bambino chiama piangendo la madre, oppure gorgoglia,
geme, strilla, frigna e si rallegra per la sua vista; quando pretende il cibo o
ripete con piacere ed eccitazione il nome di qualche cosa presente nel suo
ambiente con cui è solito giocare, ebbene, in queste situazioni e contesti la
parola diviene la reazione significante, adattata alla circostanza e capace di
esprimere uno stato interiore ed intelligibile all’ambiente umano.
Da ciò si evince che
l’azione del bambino sul mondo circostante avviene tramite i genitori o le
persone che si prendono cura di lui, sui quali egli agisce a sua volta col
richiamo, soprattutto col richiamo verbale. Quando il bambino strepita per
chiamare una persona, quella subito compare per via delle sue grida, che
rappresentano il suo unico e solo mezzo di azione: gridare a gran voce si
dimostra un mezzo di azione efficacissimo, poiché interviene con successo
nell’ambiente circostante, seppur in modo non diretto. Per il bambino, quindi,
le parole non sono solo mezzi di espressione, ma efficaci modi di azione. Il
nome di una persona, pronunciato forte e con un’intonazione specifica e
determinata, ha il potere di far materializzare nella maggior parte dei casi
quella persona stessa, una esperienza, questa, che determina ineluttabilmente
l’esperienza infantile, lasciando nella mente del bambino la profonda
impressione che un nome ha un potere sulla persona o sulla cosa che esso
significa. Troviamo così che
un dispositivo biologicamente essenziale alla specie umana fa sì che le prime
parole articolate producano proprio l’effetto che queste parole significano.
Esse divengono per il bambino forze attive,
capaci di dargli una presa essenziale sulla realtà e gli forniscono i
soli mezzi efficaci per muovere, avvicinare, respingere le cose esterne e per
produrre cambiamenti in tutto ciò che lo concerne. Le parole, insomma,
dimostrano al bambino che esse significano in quanto esse agiscono, e non per
il fatto che esse siano in grado di renderlo capace di capire o percepire, di
modo che il nome di un oggetto sarà sempre il primo mezzo a cui farà ricorso
per attrarre e per materializzare. Il significato della cosa è il risultato
delle esperienze dei suoi usi attivi e non di una contemplazione intellettuale.
attraverso una
partecipazione ad essa e il compimento dell’azione stessa.
Da tutto ciò
nasce la convinzione, e viene poi trasmessa come un riflesso idealizzato, che
la parola usata per produrre e intervenire nella realtà del mondo nel quale
l’essere umano si trova ad operare abbia un potere autonomo, sia un mezzo per
fare accadere delle cose o impedire che altre accadano, per mettere in moto
oggetti e azioni, e non per dare una definizione di essi.
Ecco perché
ancora in un passato recente della Sardegna – ma il meccanismo è individuabile
in diverse parti del mondo e in diverse società con similitudini impressionanti
anche se lontanissime fra loro – la parola, il verbo, è strettamente legata
alla realtà dell’azione. Si è sviluppata così la convinzione che la parola,
come per quanto riguarda is brèbus,
dà potere e permette di esercitare un’influenza diretta su un oggetto,
un’azione o una persona, d’accordo con l’essenza della teoria sottesa all’uso
della magia verbale stessa, frutto – come ben spiega Sapir – del retaggio di un
apprendimento di tipo infantile, poiché il neonato, per agire con il mondo
esterno, non ha che l’energia del verbo, la potenza della parola.
Si pensi ad
esempio alla magia indiana, in cui le parole erano considerate come ricettacoli
universali di potenza, poiché vi era la convinzione che queste possedessero la
proprietà di influenzare le cose a cui si riferivano e il mago, il guaritore,
le utilizzava per avere un punto di riferimento operativo. Nell’onomanzia si
considerava il nome di una persona come mezzo utile per interpretare,
attraverso le lettere che lo componevano, i segni dell’universo, così da
predire il futuro. Vieppiù, in tutte le parti del mondo sono innumerevoli gli
amuleti e i talismani ritrovati che presentano scritte e frasi appartenenti a
qualche rituale magico legato all’utilizzo della magia verbale: invocazioni
alla divinità, benedizioni, auguri, malefici, anatemi, scongiuri sono tutte
prove tangibili del potere attribuito alle parole.
Senza dover per
forza di cose andare a sviscerare in modo completo e approfondito il testo di
Frazer, Il Ramo d’oro, qui sono
sufficienti alcuni esempi che corroborano quanto esposto finora. In questa sede
vale la pena ricordare che nell’antico Egitto si utilizzavano dei papiri sui
quali venivano incise delle scritte ieratiche, utili per allontanare le
malattie. Erano amuleti anche i teillim,
ovvero le strisce di papiro riportanti i versetti della Bibbia, legate al polso
o alla fronte al momento della preghiera per gli ebrei. Nella religione
islamica, analogamente, si usavano delle scatolette che racchiudevano alcuni
versetti coranici, per non parlare poi delle scritte incise o tatuate sul corpo
e aventi, naturalmente, lo scopo di proteggere la persona. Ancora, esempi
simili si trovano nel Tibet o nel Vietnam, ove le scritte sono fatte
direttamente col sangue al posto del comune inchiostro. La pratica dell’amuleto
dotato di parole ara diffusa anche nella tradizione del cristiano copto,
abissino, slavo e greco.
Presso i
romani, i greci, i galli e gli etruschi
si era soliti ricorrere alla fissione, cioè alla pratica di scrivere su lamine
di piombo il nome di un nemico, accompagnato da formule sacre, in modo da
augurargli sventura e morte. Queste tavolette venivano poi trapassate con un
chiodo e sepolte o collocate vicino al destinatario. Si trattava delle tabulae
defixionis, precisamente delle tavole di esecrazione che erano severamente
proibite dalla legge romana.
Pratica
abbastanza diffusa in tempi passati era quella della grafofagia – molto simile alla logofagia del
cristianesimo delle origini richiamata dalla frase dei Vangeli pronunciata da
Cristo «Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola…» - consistente
nel mangiare o bere formule magiche a scopo terapeutico. Si pensi all’esempio
dell’antico Egitto, ove su statuette ricoperte di formule magiche veniva
versata dell’acqua che, raccolta tramite bacinelle, veniva poi fatta bere a
scopo curativo, in quanto ritenuta ormai sacra. In Tibet e nell’area che
corrisponde alla attuale regione hymalaiana sono ancora oggi diffusi degli
amuleti commestibili, fatti con della carta su cui viene scritto il nome della
malattia da debellare. In Mesopotamia esistevano le “coppe magiche”, riportanti
all’interno delle scritte prodigiose incise a spirale in aramaico o in siriaco,
le quali forse influenzarono le cosiddette “coppe del terrore” egiziane dotate
di formule magiche utili per impregnare col loro potere l’acqua che vi veniva
versata.
Nell’Africa nera
islamizzata, infine, venivano e vengono anche oggi messi a macerare nell’acqua
dei pezzettini di carta sui quali sono stati precedentemente scritti dei
versetti coranici, la quale poi divenuta curativa, deve essere bevuta.
Giunti a questo
punto è palese che pratiche simili risultano diffusissime in tutto il mondo
anche ai giorni nostri, e ciò ci spinge ancora una volta a comprendere quale
potere viene attribuito alla parola e al verbo, intesa come entità dotata di
poteri soprannaturali.
Anche il
formulario magico dei brèbus
rappresenta una sorta di vettore magico, saturo di parole e frasi deformate, una
sorta di commistione fra riferimenti al sacro e alla religione cristiana e a
richiami pagani e magici insieme, in cui, molto probabilmente, ciò che più
conta è il valore fonetico-simbolico
delle formule per creare l’atmosfera del cerimoniale magico, similmente a
quanto avviene con la ben nota formula abrahadabra, di origine incerta, ma utilizzata dagli
ebrei per scongiurare la
febbre e consigliata a tale scopo anche da Quinto Sereno Sammonico, medico
dell’imperatore Severo, (III secolo dopo Cristo). Il termine è stato in seguito
usato nel Medioevo sempre a scopo terapeutico, per poi passare alla magia da
baraccone e da palcoscenico. Non si
dimentichi inoltre che la magia mantiene sempre un carattere rigorosamente
cerimoniale, le cui opere mimetiche hanno sempre la funzione di incantesimi, di
riti, e la tendenza a fissarli mediante ritualismi attraverso i suoni, i gesti,
le parole, è un effetto necessario della mentalità magica. I fini che devono
essere raggiunti mediante la cerimonia magica, come per esempio il dominio
delle forze trascendenti, sono per forza di cose legati a specifiche parole o gesti
precisi, secondo un ordine e una successione ben determinata.
Riguardo
all’utilizzo dei brèbus, la vera
conoscenza del “verbo magico” avviene attraverso la pratica, poiché come
qualsiasi altro strumento prodotto dall’uomo esso diviene significante solo
dopo essere stata usata in una determinata situazione. È interessante notare
che nella prassi comune i brèbus
devono essere tramandati da una anziana guaritrice a una giovane, e la credenza
popolare vuole che in tale circostanza, con la trasmissione della formula
magica, anche le facoltà terapeutiche vengano trasferite alla persona
prescelta. La parola e il verbo divengono vettori stessi del potere salvifico e
guaritore, giacché essa – come in passato – veniva considerata prerogativa
della divinità. Si pensi, per esempio a Thot nell’antico Egitto, il quale
veniva considerato come depositario e custode dei misteri della scrittura.
La maggior parte
delle formule veniva, e in taluni casi viene utilizzata anche oggi, per curare
dolori, malattie, o per proteggere luoghi o averi. Pur tuttavia, esistono
numerosissimi altri esempi – come testimoniano le persone più anziane – usati
dagli allevatori o dai contadini per proteggere gli animali o il raccolto. Così
è possibile scoprire che alcuni brèbus
servivano per impedire all’aquila di uccidere gli agnelli, per eliminare i
vermi dalle bestie, per allontanare le cavallette, la processionaria o altri
parassiti dai propri campi, ecc.
Il cerimoniale
destinato alla cura delle persone, per dare loro sollievo dai dolori o
liberarli dalle malattie, prevedeva l’utilizzo di un bicchiere pieno d’acqua
dentro il quale venivano gettati dei grani di sale, mentre venivano recitate le
formule dei brèbus. L’acqua veniva
poi usata per segnare la fronte, i polsi e il cuore del malato, il quale poi
doveva bere la parte restante, senza far cadere nemmeno una goccia. Questo
rituale, definito appunto abbrevare
s’abba (logudorese) o abbrebai s’acqua (campidanese), risulta essere molto simile a una pratica
magico-religiosa usata nelle Canarie, nota con il nome di agüita asustada – letteralmente dell’acqua spaventata. La
differenza con la pratica usata in Sardegna consiste nel fatto che nelle Isole
Canarie al posto del sale nel bicchiere viene immerso un oggetto metallico –
generalmente un cucchiaino – previamente riscaldato con una fiamma. La
reazione provocata dal contatto con
l’acqua fredda, un vero e proprio shock termico dal quale deriva il significato
di asustada, andrebbe accompagnata
dalla recitazione di alcune formule magiche, utili per curare il malato.
Ovviamente, l’acqua deve poi essere bevuta dal malato a dalla persona che
necessita dei benefici del rituale.
Concludendo,
possiamo ritenere che il concetto legato all’utilizzo della parola intesa come
vettore magico recante la forza vitale è presente nella maggior parte delle
culture e delle tradizioni occidentali come orientali, altresì legata a rituali
che contemplano l’uso dell’acqua e di formule che hanno il compito di piegare
la realtà circostante al proprio volere. Abbiamo così tracciato quelli che sono
i percorsi obbligati che la cultura sarda ha dovuto fare per giungere alla
sinterizzazione massima di questi rituali attraverso i brèbus o bèrbos, che sono
stati custoditi e tramandati attraverso la tradizione orale, un sapere antico
che è riuscito a superare i secoli e lo sviluppo scientifico e tecnologico.
Testi a cura di Gianni Piu
Tali percorsi sono volti a promuovere l’enoturismo e a convogliare i flussi turistici all’interno di un contesto culturale ampio e finalizzato a un’offerta integrata, che includa cultura, ambiente, storia e società. Attrattive naturalistiche e tradizioni produttive tipiche vengono riproposte in modo razionale, al fine di rivalutare il territorio in una accezione più ampia, coniugando tutte le realtà produttive presenti nel territorio: arte, storia, artigianato, tradizioni, gastronomia, ecc.
È
in questo contesto che, in definitiva, si collocano le strade del vino,
organizzate e strutturate in modo da costituire una vera e propria
vetrina per chi vuole conoscere, vedere, gustare e ricordare il fascino
di una sosta nel nostro territorio e nell’isola. Volendo
affrontare a grandi linee un discorso sulla viticoltura sarda, si
può subito dire che essa ha subito una lenta evoluzione, in
quanto ricca di tradizioni e ancora oggi profondamente legata ad usi e
costumi che sono radicati su tutto il territorio, benché con le
loro proprie peculiarità in base alle zone dell’isola. Si
tratta di una ricchezza da conservare e far conoscere, coniugandola con
lo sviluppo turistico ed economico della realtà sarda, nella sua
dimensione sociale e culturale. Va detto che la viticoltura
nell’isola ha conosciuto negli ultimi tempi un notevole
cambiamento delle condizioni strutturali, apportando un notevole
miglioramento della produttività e del valore qualitativo dei
vini, per alcuni dei quali è stato possibile fregiarli con
Per l’appunto, tra i vini bianchi, il Nuragus
è sicuramente quello prodotto in maggiore quantità. La
coltivazione di questo vitigno è concentrata prevalentemente
nelle province di Cagliari e di Oristano. Sembrano sconosciute le
origini di questo importante vitigno, tanto da far ritenere che esso
sia completamente autoctono. Probabilmente fu importato dai Fenici,
come starebbe ad indicare l’origine del prefisso NUR, e secondo
quanto ritenuto da alcuni esperti, questo vitigno ornava le costruzioni
nuragiche, ipotizzando che questa pianta nacque per caso da qualche
seme caduto e attecchito nei pressi di una costruzione nuragica. A
riprova di questo fatto, va tenuto a mente che in molte località
dell'isola quest'uva viene ancora chiamata burda (dal basco bort = selvatico) nel gergo comune.
La massiccia diffusione di questo vitigno va ricercata nella sua
rusticità e nella resistenza a molte malattie crittogamiche,
nella tardività della ripresa vegetativa, nella
adattabilità ad ogni tipo di terreno e, soprattutto, nella sua
abbondante fruttificazione. Si tratta dell’uva che viene
sottoposta a vinificazione per ultima, grazie alla sua maturazione
tardiva e che, di conseguenza, “chiude la vendemmia”
all’interno del territorio di Settimo S. P. e del territorio
isolano in genere.
Il vino Nuragus più qualificato trova apprezzamento come
aperitivo e come vino da pesce. In questi ultimi anni è stato
anche utilizzato per la preparazione di vini base per spumanti brut e
demi-sec, e in quest’ultimo caso raccogliendo le uve con anticipo
di maturazione. In funzione delle sue peculiari caratteristiche
qualitative, questo vino ha avuto il riconoscimento della Denominazione
di Origine Controllata già nel 1975. Oggi il vino Nuragus di
Cagliari D.O.C. è commercializzato, imbottigliato dai produttori
sardi ed esportato sui mercati nazionali ed europei con ottimo
successo.
Nonostante la presenza del Nuragus che caratterizza le colline al
confine con Sinnai, doviziosamente ricche di questi vigneti, nel
territorio di Settimo – in prevalenza collinare e dotato di
terreni fertili che garantiscono una eccellente qualità dei
prodotti agricoli – ha sempre avuto un ruolo predominante, se non
per la quantità almeno da un punto di vista qualitativo, il
Malvasia.
Il Malvasia, uno dei vitigni bianchi maggiormente
diffusi nel Mediterraneo, con ogni probabilità, deve
l’origine del proprio nome al porto greco di Monemvasia –
il cui etimo ricondurrebbe a “porto ad una sola entrata”
–, situato nel Peloponneso, che fu poi espugnato dai veneziani,
veri e propri artefici della diffusione di questo vitigno attorno al
XIII secolo in tutta l’Italia e in altre parti d’Europa.
Pur tuttavia, i vitigni che vanno sotto questo nome sono piuttosto
numerosi, pertanto quello tipico dell’isola viene denominato
“Malvasia sarda” o anche “Alvarega”, cioè “Bianca Greca”,
spingendo gli esperti ad retrodatare l’arrivo nell’isola di
quest’uva, e in modo più preciso addirittura attorno al V
secolo, ovvero durante il periodo Bizantino.
L’importazione avvenne con ogni probabilità attraverso gli
scali portuali di Cagliari e Bosa, vale a dire proprio in quelle
città antistanti le aree agricole – Pianura del Campidano
e colline della Planargia – dove ancora oggi la coltivazione gode
di una certa rilevanza.
Nell’entroterra
dell’approdo cagliaritano, la Malvasia di Settimo ha sempre
goduto di un prestigio qualitativo superiore rispetto a quello dei
comuni limitrofi e, pur non potendo vantare oggi una produzione
rilevante dal punto di vista quantitativo, essa ha vantato in passato e
celebra ancora oggi proprietà e caratteristiche singolari,
superiori alle produzioni del campidano, probabilmente grazie alla
particolarità dei terreni e al clima, ma soprattutto grazie alla
tecnica impiegata nella vinificazione, ovverosia, in rapporto a tutti
quei fattori che ne hanno fatto il fiore all’occhiello della produzione vitivinicola di Settimo.
I grappoli si presentano di forma cilindro-conica di media grandezza,
con una coloratura leggera data da una buccia giallo-dorata e
mediamente pruinosa, alquanto sottile, eppure consistente. La sua
produzione è sempre stata costante e significativa, anche
perché si tratta di un vitigno che non presenta particolari
esigenze pedoclimatiche. Ciononostante, nel paese la produzione in
ettolitri non è mai stata copiosa rispetto ad altri vini,
poiché i produttori erano soliti utilizzare una tecnica di
produzione che prevedeva di lasciare i grappoli a maturare nei ceppi
oltre il necessario, così da innalzare al massimo il contenuto
in zuccheri e, di conseguenza, la gradazione alcolica utile per una
vinificazione di prestigio. In tal senso, i grappoli tendevano a
diventare passa – appabassaus –, con poco
mosto, ma dalle qualità organolettiche ottimali e valide per
esprimere il meglio del prodotto finale.
Tradizionalmente quest’uva viene sottoposta a pigiatura diraspata
e messa a fermentare in presenza delle vinacce per almeno 36 ore, ma
diversi produttori tendono a protrarre la fermentazione anche per 2 o 3
giorni. Fondamentali, comunque, rimangono le cure e la perizia del
vignaiolo, cosciente del fatto che il risultato delle sue fatiche
sarà compensato da un prodotto di alta qualità.
Il
colore è tendenzialmente paglierino o giallo dorato, con un
profumo assai delicato, caratteristico, che ricorda quello delle
mandorle e una gradazione alcolica oscillante fra 14 e i 16 gradi. Il
gusto è asciutto e generoso, in parte acidulo, ma in modo
gradevole, spesso coniugato con un retrogusto amarognolo del tutto
piacevole. Queste caratteristiche vengono acquisite già dopo il
primo anno di maturazione, nel senso che questo vino diventa già
adatto per il consumo ordinario, anche se, in verità, solo dopo
il secondo anno di invecchiamento esso riesce a raggiungere le sue
migliori e inconfondibili caratteristiche, basate su una aumentata
alcolicità in equilibrio armonico con la dovuta acidità,
per le quali il Malvasia di Settimo ha goduto in passato e gode ancora
oggi dell’apprezzamento pieno e totale degli esperti e dei palati
più esigenti.
Un altro vino
importante coltivato a Settimo è certamente quello prodotto da uve Monica. Si
tratta di uno dei vitigni sardi più antichi, diffuso in abbondanza in tutta
l’isola, certamente per via della sua notevole resistenza alle aggressioni
parassitarie. Con ogni probabilità, e senza timore di incorrere in errori
grossolani, si può affermare che questo vitigno fu introdotto intorno all’XI
secolo dai monaci Camaldolesi, giacché in passato si faceva riferimento ad esso
come a un “prestantissimo vino, detto
monaca, dal nome dell’uva”. I
grappoli, abbastanza grandi, hanno un picciolo decisamente lungo, e sono
caratterizzati da acini aventi una buccia consistente di colore nero o
nero-violaceo, dai quali si ottiene un succo quasi incolore. A Settimo, esso
veniva destinato alla produzione dell’omonimo vino, ma talvolta non si
disdegnava il fatto di tagliarlo
durante la vinificazione con altre uve, come per esempio con il Bovale, e
specialmente quando si possedevano pochi filari o quando la produzione era
stata relativamente scarsa e non in grado di garantire un quantitativo
accettabile. Per altro, in tutta la produzione vitivinicola di Settimo, come
ovviamente anche in quella del Campidano, si è sempre osservato che la
caratteristica preponderante è sempre stata rappresentata da una elevata
alcolicità e, sovente, da una
ragguardevole amabilità, garantita ovviamente da un esemplare processo di
vinificazione e da attrezzature tradizionali estremamente efficaci e
redditizie.
Si sono tenuti, mercoledì 22 aprile, i lavori della conferenza “I Saperi dei Sapori – Dae sa terra a sa mesa” nell’auditorium nell’Istituto Professionale alberghiero “Antonio Gramsci” di Monserrato. La conferenza ha coinvolto Monserrato, in qualità di comune ospitante, Settimo San Pietro, Sestu, Barrali e Burcei, con l’obiettivo precipuo di trasmettere le competenze e le antiche conoscenze dell’eno-gatsronomia artigianale e tradizionale alle generazioni più giovani.
In questa giornata si è anche
dato avvio alle lezioni tenute dai maestri esperti, che trasmetteranno le loro
conoscenze e il loro sapere agli studenti e ai giovani, attraverso degli
incontri programmati che si concluderanno nel mese di luglio. Le stesse lezioni
saranno documentate in tutte le diverse fasi, per le varie lavorazioni nella
preparazione dei cibi, del pane, dei dolci e del vino, raccogliendo tutto il
materiale attraverso dei filmati, così da poterli poi rendere fruibili in rete,
ed in particolare nel sito apposito, al quale alcuni esperti stanno lavorando
alacremente, al fine di organizzarlo con dovizia di particolari. Questo portale
internet funzionerà come una casa comune, ma anche come un archivio, nel quale
sarà possibile conservare gli antichi saperi, ma anche trovare informazioni
utili per garantire uno sviluppo economico alle comunità partecipanti,
attraverso il turismo eno-gatsronomico.
L’apertura dei lavori è stata affidata giustamente al del Preside dell’istituto, Gian Piero Liori, il quale, dopo il saluto di benvenuto, ha sapientemente presentato le attività del progetto, mantenendo viva l’attenzione del pubblico e facendo riferimento al nostro patrimonio sociale e culturale, basato sulla qualità dei nostri alimenti, che devono essere salvaguardati attraverso politiche mirate e che siano in grado di impedire che la nostra ricchezza eno-gastronomica venga travolta da una cultura alimentare omologante, come può essere quella del fast food.
È stata poi la volta dei vari
sindaci invitati, fra i quali anche il primo cittadino del nostro paese,
Costantino Palmas, che ha avuto modo di parlare della genuinità e della bontà
del pane tradizionale di Settimo, fatto con i metodi, gli ingredienti e gli
strumenti propri del passato. Continuando, il nostro sindaco ha fatto presente
che nel nostro paese esiste ancora un mulino antico, da poco ristrutturato, nel
quale ancora si può macinare il grano con la pietra, così da non modificarne le
qualità e il sapore originale. Inoltre, la possibilità di recuperare gli
antichi lieviti naturali per la fermentazione – ben diversi e più buoni del
lievito di birra utilizzato oggi in modo diffuso e poco accorto –, le
conoscenze antiche utili per una corretta lavorazione, nonché la possibilità di
cuocere il pane negli antichi forni fatti con i mattoni di fango – su ladiri – rappresentano una serie di
fattori fondamentali che dovrebbero consentire a innalzare a livelli di
eccellenza un prodotto unico e per il quale la comunità del nostro paese si è sempre
distinta. Stanno in queste considerazioni gli elementi basilari che devono
essere sviluppati per garantire la crescita e lo sviluppo del paese, senza che
perda la sua autenticità e le sue proprie radici storiche e culturali.
Sempre durante la conferenza, non sono mancati i riferimenti alla questione sociolinguistica, in quanto la lingua – vero e proprio strumento di produzione dell’essere umano – ha conservato e custodito – sedimentati e cristallizzati in essa – espressioni e modi di dire che richiamano alla mente le attività lavorative, gli strumenti di lavoro e, in definitiva, la vita stessa di una comunità che ha tratto il proprio sostentamento dall’agricoltura e dal lavoro nei campi. Il pane rappresenta la casa, il nutrimento, e non è una coincidenza trascurabile il fatto che già nell’antica simbologia religiosa ebraica, ma anche della cultura dell’area Mediterranea, la casa della originaria manifestazione del dio, fosse chiamata Beith-El, casa di Dio, ma anche – con una successiva metamorfosi linguistica – Beith-Lehem, ovverosia la casa del pane, come è facile ritrovare anche in Betlemme, toponimo del luogo in cui nacque Cristo, che era solito definirsi il “Pane della vita”. La casa di pietra coincide con la casa del pane, rappresentando una relazione simbolica di notevole valore culturale e cultuale, che racchiude una sacralità fondamentale. Lo stesso Satana tentò Cristo, come si legge nel Vangelo di Matteo (IV:3), chiedendogli di trasformare le pietre in pane, ovvero rovesciando il passaggio dallo spirituale al materiale. A noi, alle nostre comunità, spetta il compito di compiere una operazione inversa: trasformare simbolicamente il nostro pane – vale a dire i nostri valori culturali, sociali e spirituali – in pietre, così da fortificare la nostra casa comune, la nostra collettività, in modo tale da reggere alle scosse del “terremoto” globalizzante e conformante che, nostro malgrado, si avvicina in modo rapido e minaccioso.
Nella storia della
Sardegna e verosimilmente anche nella sua preistoria, come in tutta l’area
geografica del Mediterraneo, il pane è sempre stato la base alimentare e, di
conseguenza, gli è stato riconosciuto anche il ruolo di fondamento della vita,
racchiusa nell’antica sineddoche che, ampliandone il senso, dice pane perché si
intenda cibo. Questo prodotto del lavoro umano e della manifattura prettamente
domestica, avendo attraversato i millenni, è in grado di parlarci della cultura
che lo ha realizzato, dei luoghi e delle persone. Non si dimentichi, inoltre,
che la centralità del grano si rispecchiava nella sua coltivazione, giacché gli
spazi più grandi erano dedicati a questo cereale e tutto il resto gli ruotava
ciclicamente attorno, seguendo ritmi e cadenze sature di elementi arcaici,
primitivi, remoti e primordiali.
L’isola ha sempre
goduto di una produzione abbondante di grano, essendo stata definita già in
passato “granaio” dell’Impero Romano, ma paradossalmente ha sofferto la carenza
di questo alimento, anche se proprio per via di questo fatto ha saputo
attribuirgli una profonda sacralità, specie quando alla farina di frumento si è sostituita
quella d’orzo o, addirittura, di ghiande durante i periodi bellici guerra. A
tal proposito è altresì importante tenere a mente che, in base al colore in cui
era realizzato, il pane denotava i caratteri intrinseci della distinzione
sociale: i più umili erano i mangiatori di “pane nero”, confezionato con
cereali “poveri” o con il grano integrale, mentre il pane bianco spettava ai
ceti abbienti e danarosi.
Il pane qui nell’isola
ha in ogni epoca goduto di una certa considerazione ed è sempre stato dotato di
una valenza mitica, proprio perché in possesso di uno degli indici più forti e
significativi che rappresentano un modo di vivere, i tratti identitari di un
popolo, collegate direttamente a attività un tempo fiorenti come la
cerealicoltura, la viticoltura, l’orticoltura, l’arboricoltura, l’artigianato
del legno, l’apicoltura, ecc. In tal
senso, nell’immaginario collettivo della popolazione sarda, il pane è diventato
un carattere peculiare, tale per cui qualsiasi visitatore esterno ha potuto, e
può ancora oggi, scoprire lo sconfinato panorama di forme e tipi di pane
tradizionale, al di là di una sciocca spettacolarizzazione turistica che ha
reinventato e alterato tali forme proprio quando annunciava di volerne
custodire la loro autenticità.
Ovviamente,
l’isolamento ha contribuito non poco a garantire una conservazione della
cultura alimentare e, in modo specifico, del pane, tanto che questa continua a
meravigliare il visitatore e a riproporgli una reviviscenza delle tradizioni
antiche, che troppo spesso anche gli sardi hanno dimenticato o perduto, specie
se facciamo riferimento alle nuove generazioni.
Di conseguenza,oggi inizia a riapparire come
una fenomeno abituale quello di esibire pani di fattura molto elaborata e di
difficile realizzazione specie quando si propongono manifestazioni e sagre che
tendono a celebrare le tradizioni e la cultura sarda.
Al di là di facili
interpretazioni nostalgiche, è importante sottolineare che anche nel territorio
di Settimo al pane si sono sempre date forme diverse – di fiori, di frutti, di
animali – una varietà frutto di realtà materiali stratificate e frammentate,
che mostrano una fisionomia diversa se ci spostiamo a pochi chilometri di
distanza, similmente a quanto accade per la situazione linguistica o per altri
aspetti salienti della vita dei sardi, chiara eredità di dominazioni che si
sono succedute nel tempo.
A Settimo, come in
altri paesi limitrofi, la collocazione lavorativa rappresentava una
suddivisione di classi sociali – borghese, contadina e pastorale – che erano
accomunate dal consumo di pane, inteso come alimento di base. L'identità di
Settimo era comprensibilmente legata alla cultura cerealicola e a
riprova di questo fatto si pensi che nel paese è ancora attivo un
antico mulino in pietra dal quale, in passato, provenivano le variegate farine
necessarie per la preparazione del rinomato pane locale, ma anche per fare i malloreddus, gli gnocchi sardi preparati a mano
secondo una tradizione remota.
Con i cambiamenti
sopraggiunti nell’ultimo dopoguerra, numerosi sono stati anche le influenze e
gli atteggiamenti nuovi nei confronti di una tradizione che ha iniziato a
scomparire, specie se si considera l’avvento della panificazione industriale a
scapito della panificazione domestica, oggi quasi del tutto scomparsa. Tali
trasformazioni sono state vissute sovente
come catastrofi antropologiche epocali, frutto di cambiamenti profondi e spesso
contradditori nei modi della vita materiale che imponeva le sue stringenti
necessità: laddove esisteva la produzione finalizzata all’autoconsumo, ora
tutto si vende e si compra.
Anche nel nostro
paese questo alimento per eccellenza era l’ornamento della casa e l’orgoglio
della padrona, e si trattava quindi non solo di una questione di giusti
ingredienti e di preparazione, ma anche di forme messe in stretta relazione con
le feste e gli avvenimenti, un calendario che scandiva il trascorrere dell’esistenza
familiare e comunitaria, marcandone i momenti salienti: nascite, matrimoni,
morti. Non per nulla la preparazione del pane possedeva anche un interesse
estetico notevole, che scaturiva dalla minuziosa esperienza e capacità
femminile, per dare risalto alle occasioni rituali e cerimoniali.
La modellazione del
pane – cristallizzatasi nei secoli in gesti ripetuti – aveva funzioni di tipo
simbolico, cerimoniale e, addirittura, magico, oltre che – è comprensibile – prettamente
alimentare.
Il grano veniva
conservato nei granai casalinghi, di solito un piano alto con solaio in legno,
e veniva macinato tramite l’utilizzo di una mola, generalmente mossa da un asino.
La lavorazione veniva svolta dalle donne – in Sardegna più che altrove la
panificazione è stata sempre una attività femminile e domestica per eccellenza –
e avveniva di solito in comune con la partecipazione di parenti e di amiche del
vicinato, all’interno di un ambiente domestico chiamato “domu de sa farra” – stanza della farina – luogo apposito per le operazioni
di panificazione, poiché, come è noto, le case in passato erano veri e propri
laboratori utili per sopperire alle necessità familiari e sociali. La società
sarda, quindi, ha affidato alla donna
l’incarico di produrre l’alimento più adatto alla sopravvivenza quotidiana.
Una volta macinato
il grano, le farine ricavate – scétti,
póddini e símbula – venivano selezionate con estrema perizia, poiché quella
più pregiata, sa símbula, si utilizzava
per confezionare i pani più elaborati e adatti per le occasioni importanti e di
festa. Al contrario, su scétti veniva
destinato al confezionamento del pane del consumo giornaliero, detto civráxiu. Le operazioni di panificazione
iniziavano molto presto, vale a dire non più tardi delle due del mattino, con
valutando bene le proporzioni fra il lievito e la quantità di farine, per poi
iniziare ad impastare prima di tutto la semola più fine per preparare i pani
più pregiati, definiti coccóis.
A questo punto
iniziava la ciuexidúra, consistente
nello stiracchiare e nel rimestare la pasta, bagnandola di volta in volta con
dell’acqua con dell’acqua calda non salata, un lavoro necessario per preparare
i coccóis, che risultano essere tanto
più teneri quanto più la pasta viene rimenata e rigirata. Seguivano poi la fase
di lievitazione, axedái su pani, e
una volta pronto si davano gli ultimi ritocchi artistici e poi si infornava per
la cottura.
Fra le forme tipiche
di Settimo che meritano menzione è d’obbligo ricordare il coccói de ispossus, proprio delle occasioni matrimoniali.
Parimenti, su coccói froríu era il
pane rituale confezionato per la festività pasquale, ricco di ricorsi
stilistici e particolarmente elaborato. Similmente era tipico delle festività
proprie della Settimana Santa era su
coccói cun s’ou, altrimenti noto come coccoeddu
‘e Pasca, un pane caratterizzato dalla presenza di un uovo racchiuso nella
pasta minuziosamente lavorata, che andava poi infornato e cotto unitamente ad
essa. Meno raffinato e comunque tipico del periodo quaresimale e della Pasqua era
sa piccionedda, un pane raffigurante
un piccione con un uovo sul dorso, che veniva donato spontaneamente ai bambini
senza particolari rituali. In altri momenti dell’anno, al contrario, per
ricevere il pane i bambini erano tenuti a chiederlo espressamente durante i
loro giri di questua, con canti e formule tipiche regolate dalla tradizione,
come avveniva per esempio in occasione della Commemorazione dei defunti.
L’argomento risulta particolarmente interessante, ma è ancora lungi dall’essere esaminato in modo completo, in quanto costituisce per gli studiosi un campo ancora aperto e suscettibile di e ulteriori ricerche e arricchimenti. Questo breve excursus nel mondo delle tradizioni tipiche di Settimo vuole essere una breve e semplice rassegna di quelle che sono le nostre radici culturali insite nelle particolarità gastronomiche e simboliche della vita che un tempo è stata – una sorta di “come eravamo” – all’interno del nostro paese, e che riteniamo debbano e possano essere sempre rivisitate e mantenute in vita, proprio perché facenti parte di quel bagaglio di saperi che caratterizzano la nostra storia e la nostra identità.